Moncler: storia di uno sfruttamento 1


Questo mio pezzo è un semplice riassunto della puntata di Report del 2 novembre; per chi avesse già visto la puntata,  è principalmente incentrato sull’aspetto dello sfruttamento del lavoro; per quanto riguarda lo sfruttamento degli animali preferisco non pronunciarmi fino a quando si sarà fatta chiarezza riguardo alla reale provenienza del piumaggio contenuto nei piumini Moncler.

Quella di Report è una storia come se ne sono già sentite tante, troppe volte.

Si apre, come di consueto, con alcune dichiarazioni trionfanti, di quelle che intendono spronare il prossimo e scaldare i cuori. L’attore protagonista sul palco questa volta è Remo Ruffini o, come lo chiamano in molti, Mister Moncler. L’imprenditore comasco acquisisce il marchio francese Moncler nel 2003, ed è lui ad ideare la strategia del “piumino globale”: come disse nel 2013, la sua speranza è quella che “anziché piumino si dica Moncler, come quando chiedi una biro e dici: Mi passi una Bic?”. Nonostante nel 2011 l’azienda rientri in mano francese, e più precisamente al fondo Eurazeo, Ruffini rimane presidente e direttore creativo dell’azienda, fino a portare l’azienda alla sua quotazione in borsa, nel dicembre 2013.

Festeggerà la quotazione dei record, - che nel suo primo giorno di contrattazioni non riuscì a fare prezzo per eccesso di richieste, segnando un rialzo teorico del 40% a 14,65 euro, con queste parole:

ruffini

Ruffini non fu però l’unico ad entusiasmarsi per questo risultato. Matteo Renzi, durante il suo discorso di investitura da segretario del Pd, lo aveva citato come esempio di un’Italia di successo:

renzi

Il patron di Moncler rispose in maniera quasi modesta: “Non mi sento un esempio ma credo che abbiamo fatto bene in un momento difficile per l’Italia. Sono contento di creare un minimo di speranza per chi invece l’ha persa”. Le dichiarazioni successive, però, sembrano andare verso una direzione diversa: lo stesso Ruffini, infatti, nel 2014 dichiara: “Il Made in Italy è un concetto che non mi appartiene, non mi interessa proprio come marchio… La produzione per essere buona non ha bisogno di etichette. [...] Io dico sempre che dobbiamo fare “Made in Moncler”. Noi non produciamo, non compriamo un prodotto finito, facciamo il prodotto da noi, nella nostra azienda di Padova, compriamo tutti i materiali, li facciamo fare noi, compriamo la miglior piuma del mondo, le migliori zip, i migliori prodotti che ci sono, e li assembliamo e li mandiamo a cucire dove capita, vicino a noi, a sei/sette ore di camion dalla nostra azienda…”

Dichiarazioni dello stesso tenore si potevano già rintracciare in altre interviste quando, rispondendo alla domanda “E il futuro che sogna?” diceva “Creare un’azienda internazionale. L’errore che si può fare oggi è quello di rimanere troppo italiani, troppo europei e non guardare oltre. Serve una visione globale dei mercati.”

E infatti Ruffini ha avuto una visione estremamente globale dei mercati: ha deciso che la produzione di Moncler sarebbe stata posizionata là dove, secondo gli stessi terzisti produttori dei piumini, “I sindacati qui non esistono. Sono stati ammazzati tutti, da noi”. Il “qui” di cui si parla è la Romania, ma non solo. Produzioni Moncler si possono trovare anche in Moldavia e in Armenia. Alcuni terzisti rumeni si lamentano della qualità della piuma: “Abbiamo problemi con Moncler: manda di quelle schifezze che mi basta la metà. La piuma è molto sporca, ci sono pezzi di penna..” E i problemi non si limitano al contenuto dei piumini, ma anche alla stoffa stessa; “Ma… li mando indietro, se li facciano dove cazzo vogliono, loro e i loro capi. È un tessuto di merda questo qui. È un disastro. Partono i fili che… guarda qui. Che cazzo.Partono i fili. Partono i fili. E io che cazzo devo fare? Partono i fili e tu quando vai ad attaccare i bottoni, partono i fili.”

Qualche dubbio a proposito dei prezzi finali dei capi Moncler, decisamente non abbordabili, inizia a sorgere.

prezzi-moncler

I dubbi si fanno ancora più strada quando vengono detti i prezzi di costo della fabbricazione di uno di questi capi: 40, 45€ quando il capo è particolarmente complesso. A cui si aggiungono poco più di 30€ di materia prima; 18€ per un collo di vera pelliccia, 130g di piuma per un costo complessivo di 7-8€ e tutto il resto nylon, cerniere e bordure. Una cifra veramente irrisoria. E questi sono i prezzi della confezione rumena. Con un costo aziendale mensile  di circa 420€ pro capite, lo stipendio delle lavoratrici è veramente irrisorio. Le donne lasciano il paese per andare a lavorare come badanti, e le manifatture locali hanno cercato di importare lavoratrici cinesi, con risultati disastrosi: i salari per loro erano troppo bassi, e le condizioni di vita disumane. Non sono mancati numerosi scioperi contro i loro datori di lavoro.

E quando lo sfruttamento rumeno non basta, tocca alla Transinstria, un paese non riconosciuto dai paesi membri dell’ONU ma conosciuto molto bene dai marchi del lusso italiano. Secondo Amnesty International questo è un Paese dove “Sono proseguite le segnalazioni di condizioni carcerarie equivalenti a trattamento disumano e degradante, impunità per tortura e altri maltrattamenti e processi iniqui. Minoranze religiose e di altro genere hanno subito discriminazione, in assenza di una legge che la proibisca”.

Perché un’azienda dovrebbe voler investire in un luogo simile? Ovviamente, per aumentare ancora il proprio profitto. In assenza dei più elementari diritti umani, quelli lavorativi appaiono come un sogno suggestivo.

Giuseppe Iorio, un ex responsabile Moncler, conta fra i 50 e i 60mila capi prodotti circa 4 anni fa in uno stabilimento dove lo stipendio medio si aggira sui 123€ al mese.

È ovvio che, in questa gara al ribasso, sia di salari che di dignità umana, l’Italia sia l’ultimo dei pensieri non solo della Moncler, ma di gran parte dell’industria del lusso, e dei terzisti in generale.

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Sempre Giuseppe Iorio continua nel suo racconto: negli anni 2006-2007 la produzione Moncler era ricominciata nel sud Italia, ma nel 2010 aveva già abbandonato i laboratori, a favore appunto della Transinstria. Da un giorno all’altro il direttore di produzione -Giuseppe Iorio, appunto- ha chiamato dicendo che di produzione per i laboratori in sud Italia, quasi tutti pugliesi, non ce n’era più. Una di queste aziende è stata chiusa per 4 mesi, completamente ferma, ed ha dovuto mandare via le operaie. Dalle 40 che erano sono rimaste poco più di una decina. Le macchine speciali che avevano dovuto acquistare per lavorare appositamente per la Moncler ora sono inutilizzate, e le spese non sono state ammortizzate. E non sono briciole: 100.000€ di attrezzature non ammortizzate sono un costo letale per qualsiasi impresa. E tutto questo soltanto per risparmiare dai 20 ai 30€ a capo.

Ma le operaie Moncler non sono state le uniche ad essere state lasciate a casa; 140 lavoratori degli altri marchi legati al gruppo -Henry Cotton, Marina Iotti e Cerruti- dopo il loro trasferimento a Mestre a gennaio ad aprile sono diventati “esuberi”.

Ovviamente Moncler non è che una goccia nel mare: l’intero sistema manifatturiero negli ultimi anni ha visto la scomparsa di 400.000 (quattrocentomila, lo scrivo anche in lettere) posti di lavoro, in pratica come se l’intera città di Bologna fosse rimasta all’improvviso senza lavoro.

E questo lo chiamate ancora Made in Italy?


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A proposito di “Moncler: storia di uno sfruttamento

  • Rispondi
    agnese

    Che dire, tutto questo mi spinge sempre di più a non comprare più vestiti e a farmeli da me. Non sono brava, sono solo all’inizio ma migliorerò!